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Scatti di scena

Intervista a Marco Cocci (Alberto La Rocca)

Come sei entrato in questo cast?

In maniera tradizionale: ho sostenuto un provino con Maurizio Zaccaro recitando alcune sequenze che prevedevano in scena il personaggio che avrei poi interpretato, Alberto La Rocca, uno dei tre carabinieri destinati ad immolarsi per salvare le vite innocenti dei civili catturati dai nazisti e condannati a morte. In questo progetto mi ha interessato soprattutto il fatto che ci fosse l’opportunità di raccontare una storia realmente accaduta 60 anni fa, ho capito subito che si trattava di un’occasione importante per portare in scena l’eroismo di alcuni uomini dando vita ad una intensa testimonianza di impegno civile e sociale. Il vero Alberto era originario di Nocera Umbra mentre io sono di Prato, ma preparandomi ad interpretarlo non ho trovato particolari difficoltà, mi sono adoperato soltanto per delle lievi modifiche e cambiamenti per arrivare a parlare con l’accento giusto: raccontiamo le vite di alcuni carabinieri originari di diverse zone italiane che all’epoca, nel 1944, parlavano con una cadenza dialettale della propria regione piuttosto marcata, ma con Maurizio Zaccaro abbiamo deciso che trattandosi di un prodotto Rai destinato alla comprensione diretta e immediata era meglio non insistere più di tanto con gli accenti, abbiamo lasciato solo un accenno...

Che cosa accade in scena al tuo personaggio?

Alberto è orfano ma è molto legato ad un’altra famiglia che lo ha allevato insieme a due fratelli divisi su fronti opposti (uno fa parte delle ronde italiane affiliate ai nazisti e l’altro è un partigiano), lui vuol bene ugualmente ad entrambi e cerca con fatica di pacificarli. E’ una persona sola che compensa la sua solitudine trovando all’interno della caserma una famiglia parallela nei giovani colleghi con cui fuggirà per poi decidere di far ritorno in paese con la consapevolezza di essere fucilato dai nazisti. Alberto temeva che gli eventi precipitassero già durante il suo precedente lavoro sottotraccia in aiuto dei partigiani ma nel momento della verità si rivelerà sorprendentemente eroico nell’affrontare con fierezza, dignità e coraggio il suo compito di servitore della Patria. Si tratta di un sentimento nobile che nel corso del tempo è andato piuttosto perduto ma questo non dipende né dell’Arma dei Carabinieri né dai civili in genere ma verificando da vicino la nobiltà di alcuni gesti resta viva una piccola disillusione nei confronti della realtà di oggi in cui certi valori sono diventati più inconsueti. Secondo me questo senso superiore del dovere andrebbe in qualche modo ritrovato: in passato se qualcuno prestava giuramento per la Patria doveva mettere in conto la possibilità di essere esposto ai pericoli dello stare a contatto con le armi e anche quella di morire...

Ti sei sentito vicino al tuo personaggio da un punto di vista emotivo?

La cosa meravigliosa del nostro mestiere è che quando devi affrontare certi fatti realmente accaduti hai la possibilità di documentarti da vicino e di collocare storicamente in maniera dettagliata la ricostruzione nel cui ambito dovrai muoverti, puoi accorgerti del coraggio che i veri protagonisti della nostra storia avevano dimostrato quando erano ancora tutti molto giovani: all’epoca i ragazzi di vent’anni o poco più erano già uomini ma quell’età portava naturalmente con sé anche forti dosi di emotività, ingenuità e vulnerabilità. Ho avuto la fortuna di lavorare accanto ad una serie di persone meravigliose, si era diffuso in tutti un sentore di fraternità, uno spirito comunitario da caserma, qualcosa di molto importante che spero si riesca a leggere nel nostro film che resta un bell’esempio di quello che dovrebbe essere servizio pubblico. Il racconto prevedeva momenti seri e drammatici ma anche altri in cui i giovani protagonisti vengono colti in attimi di intensa familiarità e di sana complicità, resi sempre molto bene grazie a Maurizio Zaccaro che è riuscito a mettere insieme le  persone giuste per creare sul set l’armonia necessaria: Maurizio è meraviglioso perché è davvero dentro al suo film, “imbraccia” sempre la macchina da presa per filmare direttamente le varie scene, vive il set accanto ai suoi attori per i quali è sempre importante sentirlo così vicino. Lui vede la sequenza che ha in mente concretizzarsi al momento attimo per attimo, lo senti bisbigliare mentre ti dà le sue direttive nello stesso momento in cui stai recitando, è un regista che ti destabilizza ma nel destabilizzarti riesce a renderti sempre più che naturale..Può contare su una lunga e profonda esperienza sia come tecnica sia come capacità di dirigere i suoi interpreti ed estrae il meglio da ognuno di loro: certi attimi di sorpresa ti spiazzano ma sono stimolanti, l’importante è che tu anziché lasciarti distrarre riesca a cogliere e a sfruttare immediatamente quell’energia che lui ti sta mandando...

Ricordi qualche momento particolare della lavorazione?

Certo, senza dubbio quello della scena della fucilazione: eravamo tutti consapevoli di stare vivendo un momento decisivo, c’era un grande rispetto da parte di tutta la troupe commosse fino alle lacrime.. Ricordo in particolare l’emozione di Alessandro Sperduti che con una semplice stretta di mano mi ha tramsesso una vibrazione intensissima, era coinvolto in un modo incredibile dalla situazione e spero tanto che quella profonda immedesimazione venga colta al meglio: sposando totalmente l’emotività del suo personaggio Alessandro mi ha trasportato in quel mondo che stavamo rappresentando e questo rendeva perfettamente l’idea della sana solidarietà tra quei ragazzetti che andavano a morire e si confortavano l’un l’altro esortandosi ad andare dritti per la propria strada, a testa alta...

 

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