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Scatti di scena

Intervista ad Ettore Bassi (Sebastiano Pandolfo)

Come sei stato coinvolto nel progetto?

Sono stato chiamato dal produttore Sergio Giussani con cui mi ero già trovato molto bene sia in “ Giuseppe Moscati –L’amore che guarisce” che ne “Il sorteggio”, due film tv da lui prodotti entrambi diretti da Giacomo Campiotti- verificando come si potesse lavorare bene insieme e cosa potessimo scambiarci. Mi sono sentito garantito dalla sua propensione per la qualità, è un produttore che si prende cura del set e delle sue “creature” e ho accolto subito volentieri il suo invito, sapevo che sceglie soltanto storie che portano con sé un contenuto importante e “A testa alta” mi è sembrata entusiasmante, ho sentito subito che valeva la pena di esservi coinvolto. Si tratti di storie che è necessario raccontare: la memoria va tenuta sempre viva,  non ci si deve stancare di diffondere e di ricordare, anche i più giovani devono avere modo di capire e sapere cosa hanno vissuto i loro padri,  i loro antenati per portare a casa quel senso della Patria che oggi viene calpestato troppo spesso in modo ignobile. Sarebbe bene ricordarlo sempre..Il mio personaggio, Sebastiano Pandolfo, è quello che muove i meccanismi della vicenda e accende senza volerlo la.. miccia perché  è coinvolto in una sparatoria con alcuni nazisti provocandone la reazione per la morte di uno di loro e venendo fucilato. Nell’arco della vicenda poteva trattarsi quasi di un ruolo “di servizio” ma in realtà è un personaggio “rotondo”, ha una sua consistenza importante, un suo spessore, è lui che sceglie di farsi carico della missione di accompagnare con i suoi compagni un giovane partigiano aiutandolo ad attraversare una boscaglia per fargli raggiungere con un messaggio importante altri esponenti della Resistenza. Cronologicamente esce di scena prima degli altri carabinieri che continuano nelle loro missioni ma sino al momento finale della fucilazione è impegnato in diverse scene corali in cui a mio parere viene fuori molto bene l’umanità di queste persone.

Che tipo di intesa si è creata con Maurizio Zaccaro?

Ho visto all’opera un regista appassionato e desideroso di dar vita ad un lavoro di qualità che ti lasciava anche libero di esprimerti, di agire secondo la tua sensibilità: per me come attore questo rappresenta un ottimo modo di costruire il personaggio, una maniera di approcciare il lavoro molto interessante che aiuta a far venire fuori al meglio le proprie caratteristiche e qualità.

Che rapporto ha avuto invece con gli altri attori?

Molto amichevole, c’è sempre stata una sana complicità e il desiderio comune di portare avanti insieme nel miglior modo possibile un progetto che parlava di temi importanti, sapevamo di avere a disposizione un’ottima occasione e ci sentivamo tutti un po’caricati di una certa responsabilità. Il nostro gruppo di attori era impegnato a dar vita in scena alle dinamiche di un altro gruppo e questo ha portato logicamente a creare fra noi una forte coesione, tutto è filato via in modo piuttosto  agevole e piacevole.

Ricordi qualche momento della lavorazione che ti ha colpito in modo particolare?

Sì, al’inizio del film si vedrà una sequenza all’insegna di un allegro cameratismo goliardico da parte del gruppo dei giovani carabinieri: ho dovuto immergermi per esigenze sceniche nell’acqua gelata che arrivava dai monti ed è stata una sensazione ahimè piuttosto indimenticabile perché eravamo a maggio ma non faceva affatto caldo.. Un’emozione particolare l’ho provata poi quando abbiamo filmato la sparatoria con i tedeschi in cui io e i miei compagni veniamo catturati: è stato molto stimolante ricreare quelle situazioni e sapere che quelle vicende erano accadute davvero, non ci era consentito di riviverle a cuor leggero e non ci siamo affatto risparmiati...

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